In breve: quando un percorso sul sonno non funziona, le cause sono quasi sempre cinque: il metodo non era adatto al temperamento o all'età del bambino, le risposte notturne non sono state abbastanza uguali tra loro, si è cambiato approccio troppo presto, c'era una causa fisica non vista, oppure il percorso chiedeva al genitore una cosa che il genitore non poteva sostenere. Nessuna di queste cinque è un fallimento tuo, e tutte e cinque si sistemano.
Sono Federica, consulente del sonno pediatrico, e questo è l'articolo che avrei voluto far leggere a tante mamme prima del nostro primo incontro.
Perché quando arrivano da me dopo un tentativo andato male, la frase con cui cominciano è quasi sempre la stessa, e non è una domanda tecnica. È "forse è mio figlio che è diverso dagli altri". Oppure, più spesso, è "forse non sono capace".
Ti do io la risposta, così non aspetti fino in fondo: no. Non è lui ed è molto difficile che sia tu.
Perché un percorso sul sonno può non funzionare
1. Il metodo non era adatto a questo bambino
Esistono bambini che con un approccio a intervalli si calmano, e bambini che con lo stesso identico approccio si attivano — vederti entrare e uscire li fa arrabbiare il doppio. Non è un difetto del bambino ed è il motivo per cui diffido delle ricette uguali per tutti. Se hai seguito le indicazioni con precisione per dieci giorni e non solo non è migliorato ma piange di più, si sveglia di più ed è più nervoso anche di giorno, quello non è un percorso "da portare avanti con più costanza". È un percorso da cambiare.
Il caso più frequente è anche il più semplice: un metodo pensato per bambini grandi applicato a un bambino piccolo. Prima dei cinque mesi non c'è nessun programma strutturato da fare, e se hai iniziato lì, non hai sbagliato tu: ti hanno fatto partire in un momento in cui non poteva funzionare.
2. Le risposte non erano abbastanza uguali tra loro
Questa la dico con molta delicatezza, perché non è un rimprovero: è la cosa più umana del mondo.
Alle tre di notte, alla quinta notte, dopo una giornata storta, uno fa quello che può. Una notte resisti, quella dopo lo prendi in braccio perché sennò impazzisci, quella dopo ancora ci riprovi. Il problema è che per il bambino quelle tre notti non sono tre notti diverse: sono un'unica informazione confusa. E quando l'informazione è confusa, lui fa l'unica cosa sensata: insiste, per capire quale delle tre versioni è quella vera.
Attenzione però, perché qui si fa spesso un errore grosso: coerente non vuol dire rigida. Vuol dire prevedibile. Puoi rispondere sempre, puoi restare, puoi anche prenderlo in braccio — basta che tu faccia più o meno la stessa cosa, con più o meno gli stessi tempi.
3. Si è cambiato approccio troppo presto
Una settimana. È il tempo minimo prima di dire che qualcosa non sta andando, e quasi nessuno lo aspetta — io per prima, quando ho iniziato, volevo vedere risultati la seconda notte.
Le prime due-tre notti di qualunque cambiamento sono peggiori di prima. È normale, è protesta: stai cambiando una cosa che lui conosceva bene. Se molli lì, non hai provato quel metodo: hai provato solo la parte faticosa.
4. C'era qualcosa di fisico che nessuno aveva visto
Reflusso, un'intolleranza, le adenoidi, una dermatite che prude di notte, un'apnea. Sono cose che nessun approccio sul sonno può aggirare, e il segnale che le distingue è abbastanza netto: non è un bambino stanco che fatica a dormire, è un bambino che sembra stare male.
Se ti risuona, il primo passo non è un altro metodo: è il pediatra. Io su questo non transigo mai, e prima di iniziare qualunque percorso chiedo sempre se quella strada è stata esclusa.
5. Il percorso chiedeva a te una cosa che non potevi fare
Questa è quella di cui non parla mai nessuno, ed è quella che vedo più spesso.
Ci sono percorsi che funzionerebbero, sulla carta, e che però chiedono a una donna che dorme quattro ore spezzate da otto mesi di avere il sangue freddo di una che ne dorme otto. Chiedono di ignorare un pianto a una che a quel pianto reagisce con il corpo, non con la testa. Chiedono compattezza a una coppia che su questa cosa non è d'accordo.
Quando succede, il percorso non fallisce perché era sbagliato in teoria. Fallisce perché non era sostenibile da chi doveva portarlo. E un metodo che non è sostenibile è un metodo che non funziona, punto: la sostenibilità non è un dettaglio gentile, è un requisito tecnico.
Un percorso che non riesci a portare avanti non è un percorso difficile. È un percorso sbagliato per te.
Il caso più comune: avete provato un metodo a intervalli
Se il tentativo era di tipo Ferber, cioè lasciarlo nel lettino e rientrare a intervalli crescenti, e non ha funzionato, il motivo di solito è uno di questi tre: il bambino è tra quelli che si attivano a vedervi entrare e uscire; gli intervalli non sono stati rispettati e sono diventati "quanto reggo io stasera"; oppure siete partiti troppo presto, sotto i sei mesi.
Ne ho scritto per esteso, con quello che dicono gli studi e con le ragioni per cui non è la strada che percorro io, nell'articolo dedicato al metodo Ferber.
Una cosa la voglio ripetere, perché so che gira in testa: se hai provato un metodo con pianto e ti sei fermata, non hai combinato un danno permanente. Hai combinato un pasticcio temporaneo, che si scioglie.
Come si riparte, concretamente
Non si riprova la stessa cosa con più determinazione. Quella è l'unica strada che so per certo che non porta da nessuna parte: rinforza l'associazione invece di scioglierla, esattamente come succede quando si insiste su uno spannolinamento andato storto.
Si riparte così:
- Una pausa vera, di una settimana o due. Niente metodo, niente aspettative: si torna a far dormire il bambino nel modo più semplice che avete, anche in braccio, anche nel lettone se serve. Serve a sciogliere la tensione che si è attaccata al momento della nanna — a lui e anche a te.
- Si guarda la giornata prima della notte. Quanto dorme di giorno, quando, quanto sta sveglio tra un sonno e l'altro, a che ora cena, quanto è stimolato nell'ultima ora. Quattro volte su cinque, qui dentro c'è già metà del problema — e non c'entra niente il metodo.
- Si sceglie una cosa sola da cambiare. Una. La più piccola. E la si tiene per dieci giorni prima di aggiungerne un'altra.
- Si decide in due. Se in casa siete in disaccordo su come rispondere di notte, quello è il primo nodo da sciogliere, prima di qualunque tecnica.
Quando ha senso farsi accompagnare
Quando avete già provato da sole, e non ha funzionato. Non perché servano poteri speciali, ma perché da dentro non si vede: quando sei esausta, l'unica cosa che riesci a valutare è se stanotte hai dormito o no, e quello è il dato meno utile di tutti.
Quello che faccio io, nei percorsi, è guardare l'incastro completo — età, temperamento, giornata, notte, e quanto siete in grado di sostenere voi in questo periodo della vostra vita — e costruire una strada su quella. Se vuoi capire qual è la vostra, il Percorso Sonno parte proprio da lì. E se prima vuoi solo sentirmi parlare e capire se sono la persona giusta per voi, c'è il webinar gratuito: nessun obbligo, e nessuno che ti chiede di decidere qualcosa.
Domande frequenti
Ho fatto un percorso sul sonno per due settimane e non è cambiato niente: è normale?
Due settimane senza nessun miglioramento sono un segnale che qualcosa nell'impostazione non torna: di solito il metodo non è adatto all'età o al temperamento del bambino, oppure le risposte notturne non sono state abbastanza uguali tra loro. Non è un motivo per insistere più a lungo con lo stesso approccio.
Perché il mio bambino piange ancora anche se seguo tutto alla lettera?
Perché il pianto di protesta accompagna qualunque cambiamento di abitudine, anche negli approcci più dolci, e si concentra nelle prime due o tre notti. Se invece il pianto aumenta di notte in notte oltre la prima settimana, l'approccio va cambiato, non intensificato.
Il sonno era migliorato e dopo una settimana è tornato tutto come prima: perché?
Nella maggior parte dei casi è una regressione legata a una nuova tappa di sviluppo, alla dentizione o a un cambiamento nella routine, e dura poche settimane. Si mantiene quello che si è costruito, senza ricominciare da zero e senza cambiare metodo.
Se un metodo non ha funzionato, ho rovinato il sonno di mio figlio?
No. Le associazioni negative legate al momento della nanna non sono permanenti: si sciolgono con una pausa e con un approccio diverso, più sostenibile. Non esiste un punto di non ritorno.
Una cosa sola, prima di chiudere
Che non abbia funzionato non dice niente su di te come mamma, e non dice niente su tuo figlio.
Dice solo che quella strada lì non era la vostra. Ce n'è un'altra, e stavolta la scegliete tenendo dentro anche voi.
